di Manuela Nebuloni con Postbox Ghana
L’installazione riunisce immagini di acqua in diversi contesti africani, restituendone la natura ambivalente: elemento vitale legato a pesca, commercio e spiritualità, ma anche segnato da traumi storici.
Le cartoline in mostra costruiscono un insieme visivo polifonico e stratificato. L’oceano con pescatori di ritorno sulle coste di Accra a inizio Novecento, dialoga con immagini commerciali di piscine e hotel. Bizzarre, dozzinali o insolite, queste fotografie compongono un archivio frammentato che si trasforma in un reportage involontario: una narrazione per immagini di momenti di transizione, cambiamenti sociali, processi di turistificazione e dinamiche di classe e genere.
Le piscine sono un elemento che si ripete sempre uguale a sé stesso, restano sempre simili mentre il mondo si muove attorno a loro. Queste immagini di vacanza ritraggono paesaggi e nazioni talvolta scomparse, in cui la presenza turistica sovrasta quella locale, originando nuove forme di narrazione di una cultura consumistica globale.
Ricordando che la realtà prende forma anche attraverso le immagini che la rappresentano, la dimensione apparente ludica si apre così a questioni più profonde: l’installazione mette in discussione le narrazioni dominanti, suggerendo come ogni immagine sia al tempo stesso documento e costruzione.

Manuela Nebuloni
Con una pratica che abbraccia la ricerca e l’uso attivo degli archivi, Manuela Nebuloni struttura la sua indagine sul Ghana sotto forma di esercizio di apprendimento. Dal 2020 lavora alla costruzione di un archivio fisico di cartoline ed ephemera degli anni Sessanta come strumento per riflettere criticamente sul presente, con un interesse verso la produzione artistica amatoriale come spazio di sperimentazione. Ha fondato ed è parte di Postbox Ghana, un’esplorazione della memoria collettiva attraverso la cultura materiale.