MANIFESTO 2026
On Ethics

Il nostro sguardo è etico?

In un momento storico in cui la produzione, circolazione e riattivazione delle immagini avviene con una rapidità e una pervasività senza precedenti, la quinta edizione di GU.PHO. Festival propone una riflessione critica sull’etica e sulla legittimità dell’uso di materiali visivi altrui. On Ethics si propone come un momento di interrogazione collettiva: non un insieme di risposte definitive, ma uno spazio aperto che mette in dialogo pratiche artistiche, archivi e sguardi.

Al centro del progetto vi è una domanda fondamentale: l’etica riguarda esclusivamente i soggetti rappresentati o si estende anche agli oggetti, agli autori e ai contesti di produzione e circolazione delle immagini? In un’epoca in cui il consenso è spesso assente, ambiguo o impossibile da verificare, la fotografia vernacolare e gli archivi sollevano questioni urgenti. Le immagini abbandonate, vendute nei mercatini o disperse nel flusso digitale testimoniano un gesto di dismissione che non coincide con una rinuncia alla memoria o all’identità. Se la volontà fosse davvero quella di sottrarre queste immagini allo sguardo altrui, la loro distruzione sarebbe l’unico atto coerente. Allo stesso modo, la condivisione online e il consenso a farsi ritrarre implicano una cessione – volontaria o inconsapevole – del controllo, rendendo evidente come la proprietà dell’immagine si dissolva già nell’atto stesso dello scatto.

On Ethics assume la fotografia come un dispositivo non neutrale: uno strumento storicamente implicato in processi di classificazione, normalizzazione e controllo. Ogni immagine porta con sé non solo ciò che rappresenta, ma anche le strutture di potere, le ideologie e i sistemi di conoscenza che ne hanno determinato la produzione. In questo senso, l’archivio non è mai innocente: è un campo di forze in cui si stabiliscono gerarchie, si producono narrazioni e si consolidano visioni del mondo.

Questa edizione invita a interrogare criticamente lo sguardo occidentale ed eurocentrico che ha a lungo dominato la lettura delle immagini. Gli archivi vernacolari sono spesso interpretati attraverso categorie visive e culturali che appartengono a un orizzonte limitato, rischiando di appiattire la complessità di contesti altri e di riprodurre dinamiche estrattive e coloniali. On Ethics propone di decostruire questo sguardo, promuovendo pratiche di lettura situate, consapevoli delle asimmetrie di potere e attente alle specificità culturali, sociali e storiche dei materiali.

La questione della contestualizzazione degli archivi è centrale: didascalie errate, catalogazioni parziali o sistemi descrittivi imposti possono generare fraintendimenti e rafforzare stereotipi, soprattutto quando a produrre e gestire gli archivi sono istituzioni appartenenti alla cultura dominante. In risposta a queste criticità emergono i controarchivi: pratiche e progetti che mirano a destabilizzare le narrazioni egemoniche, restituendo complessità e molteplicità alle storie marginalizzate o silenziate.

Nel campo artistico, l’uso di materiali altrui si configura come un terreno eticamente sensibile ma anche profondamente fertile. Le immagini vengono riattivate attraverso strategie di ricontestualizzazione, rilettura e talvolta estetizzazione, raramente con intenti denigratori, ma non per questo esenti da ambiguità. Gli artisti condividono una consapevolezza critica rispetto a queste pratiche: spesso intraprendono ricerche per rintracciare i soggetti rappresentati o le loro discendenze, interrogandosi sulla legittimità di attribuire nuovi nomi, nuove storie, nuove identità a immagini orfane.

In questo contesto, alcune pratiche emergono come particolarmente virtuose: quelle che mirano a restituire agency alle persone rappresentate, riattivando relazioni, coinvolgendo comunità, o creando spazi di co-narrazione. Non si tratta di risolvere definitivamente le questioni etiche, ma di abitarle in modo responsabile, rendendole visibili e condivise.

On Ethics si conclude – o meglio, si apre – con un invito: restituire centralità alla complessità. Riconoscere la stratificazione delle immagini e degli archivi significa educare lo sguardo a una lettura più attenta, capace di cogliere le implicazioni politiche, culturali ed etiche che attraversano ogni rappresentazione. In un mondo saturo di immagini, la vera urgenza non è produrne di nuove, ma imparare a guardare diversamente quelle che già esistono.

Marcello Coslovi e Giorgia Padovani
Direttori artistici GU.PHO. Festival

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